
All’indomani dell’atteso annuncio, emesso ieri 27 gennaio da parte del “Bulletin of the Atomic Scientists”, di quanto virtualmente siamo vicini alla mezzanotte dell’umanità, può essere di aiuto un approfondimento su quanto i passati test nucleari siano stati capaci di provocare sulle popolazioni coinvolte in più parti del pianeta? Spesso il pensiero sugli effetti dell’Atomic Bomb sembra ancora relegato alle vicende di fine WWII nei libri di storia – e quanto sanno di retorica, o di vane promesse, le celebrazioni del 6 e 9 agosto di ogni anno! Ma ecco, se potesse servire la consapevolezza di quanta sofferenza hanno vissuto i due milioni di umani deceduti a causa delle migliaia di test nucleari tra il 1945 e 2017, forse un sempre maggiore numero di viventi su questa Terra potrebbe unire la propria voce per imporre alle potenze atomiche un ripensamento e soprattutto, un ritorno alla ragione.
Questa riflessione a caldo viene dalla scoperta del report “Is it Safe?” redatto dall’Organizzazione norvegese Norvegian People’s Aid, che illustra e approfondisce storia e conseguenze di questo periodo mai concluso.
“Tra il 1945 e il 2017, più di 2.000 test nucleari – sia atmosferici che sotterranei – sono stati condotti in siti ora situati in 15 paesi: Algeria, Australia, Cina, Francia (nel Mā’ohi Nui/Polinesia francese), India, Kazakistan, Kiribati, Isole Marshall, Corea del Nord, Pakistan, Russia, Turkmenistan, Ucraina, Stati Uniti e Uzbekistan. Questi stati continuano a subire impatti duraturi e in molti casi gravi. Il peso più pesante è caduto sulle comunità che vivono vicino ai siti di prova, in particolare le popolazioni indigene e le popolazioni in territori precedentemente colonizzati.”

Fonte: Norwegian People’s Aid
I sopravvissuti vi affrontano ancora le conseguenze umanitarie e ambientali: tassi elevati di cancro, malattie cardiovascolari, anomalie congenite e traumi, oltre alla preoccupazione per i potenziali effetti sulla salute su se stessi, sui loro figli e nipoti. In più, in alcune aree, la terra rimanendo inabitabile dopo decenni, e il cambiamento climatico aggravando questi rischi.
Ma sono tutte vicende sottostimate, secretate, e lasciando spesso le popolazioni coinvolte inconsapevoli dei pericoli o di come proteggersi.
Ma…
Basterà la testimonianza di quanto descritto – e son vicende ignorate dai più – a dare a noi vivi più di un pensiero? Magari non relegato alle paure naturalmente istintive ma espandendosi ad azioni nel concreto?
“Le armi nucleari non sono una forza della natura, non sono generate da Dio, sono qualcosa che gli esseri umani hanno prodotto, e noi le possiamo smantellare, sappiamo come fare. Ciò che manca è la volontà politica.
E per questo ci rivolgiamo a voi, perché questo compito, l’eliminazione delle armi nucleari, richiede il coinvolgimento di ciascuno di noi.” Questo è quanto disse, nel 2014 a Roma al Summit dei Premi Nobel per la Pace, il dott. Ira Helfand, già IPPNW Co-President.